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Un affare di Famiglia. Sguardo impietoso sui legami parentali di sangue

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Con il film “Un affare di Famiglia”, Manbiki kazoku” titolo originale, meritatissima Palma d’Oro a Cannes 2018, il cineasta nipponico Hirozaku Kore’eda (Tokyo, 1962) firma una ballata impietosa che commuove davvero con calde lacrime sull’inefficacia dei legami parentali di sangue, lasciando emergere sin dalle prime scene, che forse l’autentica famiglia di ciascuno di noi consti potenzialmente di persone incontrate per caso o per manzoniana provvidenza lungo la strada.

Questa pellicola ci evoca subito i contenuti di una preziosa pubblicazione nostrana della Giudice Melita Cavallo, Presidente del Tribunale dei Minori di Roma fino al 2015, dal titolo “Si fa presto a dire famiglia”, in cui il Magistrato riporta varie testimonianze di modelli familiari inusuali purtuttavia validi.

In effetti, quale la vera famiglia? Quella in seno alla quale siamo nati e che è disposta a maltrattarci in virtù del fatto che siamo sotto il suo giogo e che ci convince che siamo inutilmente sbagliati o quella pur “scalcinata” che si schiude per offrirci anche un unico umano abbraccio che ci restituisca dignità?

Purtroppo nel citato film la “famiglia”degli Shibata composta da individui che si sono scelti nel tempo si fonda sulla penuria economico-sociale che collima con l’inadeguatezza nel poter crescere, su lungo periodo, una minore; nello specifico Yuri, che ha l’espressivo volto di Miyu Sasaki, salvata da Osamu, interpretato da un talentuoso Lily Franky, insieme al suo figlio acquisito Shota, il quale ha le le fattezze di un intenso Jyo Kairi.

I due,nella fredda sera dell’8 febbraio, rientrando da uno dei loro tanti scaltri furti al supermercato ed al centro commerciale, espedienti di necessità, incontrano Yuri, bambina di 5 anni estremamente impaurita, lasciata a se stessa in pigiama nel cortile della sua presunta abitazione. Osamu, personaggio socialmente fragile e forse proprio in virtù di questo segnato da una generosità d’eccezione, decide di portarla nella casa della “Nonna”, dove vivono in cinque con abiti, cibi in scatola e vestiti impilati gli uni sopra gli altri.

Nonostante il palese stato di debolezza sociale in cui versano, l’affetto che sono subito in grado di offrire a Yuri, le restituisce linfa vitale. La “Nonna” nota subito i segni di bruciature sulle braccia della tenera bambina smarrita. In effetti si tratta di una minore vittima non solo di violenza assistita, ma anche della brutalità della madre che reitera sulla propria figlia lo schema dei maltrattamenti subiti dal marito.

Dopo cena, onde evitare guai, Osamu e la sua compagna Nobuyo, interpretata da una bravissima Sakura Ando, si avviano per il quartiere con l’intenzione di lasciarla laddove l’hanno precedentemente incontrata. Ma le grida cariche di violenza domestica che odono provenire dalla sua casa, dissuadono Nobuyo dal restituirla ai veri genitori, i quali tra l’altro solo molti mesi dopo ne denunceranno la scomparsa.

Da questo momento in poi Yuri fa effettivamente parte della famiglia e, come tale, verrà addestrata come ladruncola dal fratello maggiore Shota, senza che però le vengano negati mai l’affetto e l’accoglienza, cibo ed abiti adeguati, sebbene rubati. Cureranno le bruciature sulla sua pelle e, soprattutto, guariranno il suo cuore appesantito dalle sopraffazioni morali e fisiche a carico dei genitori naturali.

Viene da pensare che la povertà sia ostativa ad ogni buon’ progetto proficuo; ed in effetti nel mondo attuale lo è. Perché se i membri di questo alternativo nucleo familiare non fossero indigenti, costituirebbero un rassicurante porto sicuro per Yuri e l’altro minorenne Shota. Ma così non è e siccome Kore’eda non racconta fiabe fatate, nell’estensione della trama del film qualcosa ad un certo punto si spezza tanto da richiamare l’intervento della Giustizia con tanto di assistenti sociali i quali, pur nella loro valida formazione, non saranno in grado di cogliere le pregresse violenze subite da Yuri da parte della benestante famiglia naturale, ignorando completamente quale nido d’amore, pur socialmente frangibile, sia stato quel gruppo di persone sgualcite da un’esistenza non facile.

Gli Shibata si disgregheranno; eppure continueranno a volersi bene l’un l’altro, pur non dichiarandoselo apertamente. Come dice Nobuyo a metà pellicola “Perché se sei tu a scegliere la famiglia, é più forte il legame” e “Non si dovrebbe crescere sapendo di non essere stati voluti come figli…”a proposito di Yuri.

La pellicola si chiude con un intenso primissimo piano su Yuri, di nuovo prigioniera della ricca famiglia naturale, vestita in maniera accurata, eppure esposta alla solitudine ed alla violenza silente.

Yuri si sporge dal balcone sul quale si diletta con le biglie, il gioco che il fratello Shota era solito condividere con lei. Getta il proprio sguardo lontano, con occhi densi di sofferenza che la spegne, su questo mondo impietoso in cui “la famiglia gemella”si trova ben’oltre le mura domestiche in cui siamo nati.

Buona la fotografia di Ryuto Kendo ed interessanti le musiche rarefatte di Haruami Hosono.

Da vedere assolutamente, ricordando che, per dirla con le parole della Giudice Melito, “si fa presto a dire famiglia”. Purtroppo…

Romina De Simone